Con la legge n. 36/1994 (cosiddetta Legge Galli: disposizioni in materia di risorse idriche) si è inteso riorganizzare l’intero sistema nazionale delle acque, prevedendo all'uopo l’istituzione degli Ato (Ambiti territoriali ottimali) a cui delegare la gestione omogenea del servizio idrico integrato su scala territoriale.
In Calabria, l’applicazione della legge Galli, ha comportato la promulgazione della legge regionale n. 10/1997, che ha previsto 5 Ato in corrispondenza delle 5 province.
I nuovi enti hanno preso l'avvio tra il dicembre del 1997 e il maggio del 1999, ma Catanzaro e Vibo Valentia sono, secondo i dati pubblicati da Convri (Commissione Nazionale per la Vigilanza sulle Risorse Idriche) nel 2010, tra i 23 Ato che in tutta Italia non hanno ancora provveduto ad affidare la gestione del servizio, almeno fino a marzo 2011.
Dal 1° Luglio scorso, in Calabria, è entrata in vigore la norma che prevede l’eliminazione dei cinque Ato, riorganizzato in un unico Ato regionale, ma di fatto nulla è ancora cambiato. Tale norma è conforme a quella del governo, rimandata però col decreto Milleproroghe. Al di là di questa rigida programmazione di cui si aspettano gli effetti, nel giugno del 2009, l’Unione Europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per il deficit depurativo, nella lista dei comuni inadempienti, ben 22 sono quelli calabresi.
La depurazione in Calabria, infatti, non sente i cambiamenti stagionali, non funziona né l’estate (causando problemi al mare che diventa inquinato), né l’inverno (quando l’allarme riguarda la salute dei cittadini). A dimostrarcelo, il dossier di Legambiente del 2011 sulle ’Acque nere’ e sulla mala-depurazione in Calabria, rispetto al resto del Paese.
In realtà ci troviamo in una terra già commissariata dal 1998 e fino al 2008 nel settore della depurazione. Anni e anni di commissariamento, però, non sono serviti a risolvere il problema. La gestione commissariale, secondo le disposizioni del governo, avrebbe dovuto realizzare nuovi impianti e adeguare quelli esistenti, progettare interventi e così via. Nulla di tutto questo, probabilmente per la difficoltà di riorganizzare l’intero settore.
Inoltre, ci sono le inchieste giudiziarie. In primis ’Poseidone’ della procura di Catanzaro, avviata nel 2005, e dunque in piena gestione commissariale. L’inchiesta, lo scorso anno ha portato al rinvio a giudizio di 39 persone, indagate a vario titolo per illeciti nella gestione della depurazione calabrese, al centro di una maxi truffa di 900 mila euro.
Sempre dal rapporto di Legambiente risulta che dopo 10 anni di commissariamento e tanti soldi spesi l’emergenza non è stata superata. Basti pensare che in tutta la regione ci sono, tra grandi, medi e piccoli, circa 700 depuratori e, buona parte di questi, funzionano poco e male oppure non funzionano. Molti sono stati oggetto di ripetute segnalazioni e sequestri da parte della magistratura.
L’efficienza dei sistemi di depurazione in media è del 73% (abitanti equivalenti serviti), il che significa che oltre 540 mila cittadini calabresi riversano direttamente nei fiumi e nel mare i loro reflui sena alcun sistema di trattamento degli scarichi. Le acque reflue urbane non trattate, costituiscono sia un pericolo per la sanità pubblica che la principale causa di inquinamento delle acque costiere e interne da virus e batteri.
Non a caso, la Calabria nel 2010, è terza nella classifica nazionale dell’inquinamento del mare, dopo la Puglia e la Campania. In 12 mesi, la capitaneria di porto e le forze dell’ordine hanno rilevato 358 infrazioni, quasi una al giorno, denunciando o arrestando 440 persone e effettuando 224 sequestri. La provincia con il maggior numero di reati ambientali è quella di Reggio Calabria.
Fonte: www.calabrianotizie.it
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