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La leggenda di Marco Berardi, il celebre Re Marcone

Nativo di Mangone, un villaggio dei casali cosentini non lontano da Aprigliano, Marco Berardi (... – 1587) visse nel Cinquecento. Educato dai valdesi di San Sisto e divenuto quindi simpatizzante delle loro idee, fu imprigionato nelle carceri di Cosenza dove fu condannato ad essere torturato e poi bruciato vivo sulla piazza di Cosenza.

La sua storia criminale iniziò così con il suo arresto da parte dell’Inquisizione e con la fuga dalle carceri vescovili.
Dopo essere evaso insieme ad alcuni accoliti ed a Pietro Cicala si diede alla macchia rifugiandosi in Sila e formando insieme ad altri fuorusciti un vero e proprio esercito.
Dai boschi silani, il Berardi, si divertiva a lanciare le più gratuite sfide: “Tu si lu vicerè de chistu regnu ed io signu lu re della muntagna!”.
A capo della sua banda, forte di 1500 uomini, combatté così le milizie di Filippo II di Spagna. Risaputo è lo scontro avvenuto alle rive del fiume Neto: le milizie spagnole, malgrado l'esperienza nel combattimento, ebbero sempre la peggio contro la rabbia e la determinazione degli uomini del Berardi.
In seguito ad altre azioni vittoriose, creò un piccolo “regno” attorno a Crotone formando un suo governo e proclamando l'indipendenza della Calabria dagli Spagnoli. Divenne così Re Marco o come lo chiamavano i suoi uomini Re Marcone.
Nel 1563 Re Marco con 150 fuorusciti e con la complicità di alcuni del luogo, riusciva a penetrare in Cropani, abitato razziato l'anno prima dai Turchi, e metteva a sacco le dimore dei possidenti, alcuni dei quali erano trascinati via per ottenerne il riscatto.
Sempre in quell'anno il ribelle aveva sconfitto, e in parte ucciso, cinquanta soldati spagnoli della compagnia, acquartierata a Crotone, del capitano Diego de Veza che partiti di notte da Roccabernarda, si erano avventurati nei fitti boschi della Sila ma, sorpresi, avevano dovuto soccombere ai ribelli, che uccidevano anche l'alfiere di casa Medina che li comandava.
Il fatto è così raccontato da un superstite: ".. a tempo che nella citta risiedea la compagnia del Capitan Diego di Veza di nazion Spagnuola, essendo partito l'Alfiero di essa con cinquanta soldati per ordine dell'Eccellenza del Vicere del Regno a persecuzione de' forasciti, che tutto il nostro Paese intanto quasi disfatto aveano, fra i quali fu Giovanni di Moreno. Essendone di notte partito dalla Terra della Rocca Bernarda con proposito l'istessa notte, si trovarono dentro la Sila, luogo di Montagna orribilissimo; ove giunti, loro sopravenne una borrasca di grandissime acque, che durò poi sino al nuovo giorno. Di modo che, chi sotto un albore, e chi sotto altre frondi si pose a giacere; e detto Giovanni stanco dal camino s'addormentò, e desto dal sonno presso l'alba, si ritrovò solo, perche i suoi compagni aveano passato innanzi. Indi trovò il suo archibugio ripieno d'acqua, la polvere bagnata ed il miccio smorzato; Per il che levatosi, si tenne perduto, trovandosi solo in paesi lontani ed incogniti: Onde fatto il giorno, disperatamente si pose dietro l'orme de' suoi compagni per vie molto strane; E non molto innanzi caminando, si vidde quattro uomini armati di scopette a fucile, quali andavano per la volta sua.."
Di fronte alla minaccia, il viceré di Napoli, duca di Alcalà, Pedro Afán de Ribera volle occuparsi personalmente della lotta contro il "brigante" e il 16 agosto 1653 gli inviò contro un contingente comandato dal marchese di Cerchiara, Fabrizio Pignatelli, forte di duecento cavalieri, mille fanti spagnoli e altrettanti cavalli leggieri. Lo aspettava Re Marco con seicento cavalli di fuorusciti, stipendiati a 9 scudi al mese.  
Alla fine, utilizzando i soliti sistemi del terrore, della tortura e del tradimento, il Pignatelli "distrusse e pose in fuga tutta quella gente, la quale non fu mai piu veduta in quei paesi".
Soprannominato "re dei monti" o "re dei boschi" la figura di Re Marco entrerà nella leggenda, arricchendosi nel tempo di gesta e circostanze mutuate dalla fantasia e dalle aspirazioni ad un riscatto sociale improbabile ma sempre sperato.
Della fine di lui e della moglie Giuditta si hanno varie versioni. Per il Papandrea il ribelle, dopo aver sconfitto piu volte il marchese di Cerchiara in scaramucce, lo affrontò in campo aperto e fu sconfitto. Catturato, fu torturato a morte e quindi appeso, rinchiuso in una gabbia di ferro, al campanile della chiesa di S.Francesco d'Assisi in Cosenza dove i suoi resti rimasero fino al 1860, quando per ordine di Garibaldi furono tolti e seppelliti. Sempre il Valente afferma che mentre il ribelle "cingeva di assedio la città (di Crotone), gli sopravvenne Fabrizio Pignatelli Marchese di Cerchiara che con tremila e ottanta fanti e seicento cavalli circondò gli insorti e dopo un violento scontro li ruppe e fugò. Ma restarono in libertà di continuare ad agire. Si continuò però a combatterli con la promessa dell'indulto e del perdono, se si arrendevano. Marco era rimasto con un numero di seguaci che continuamente si assottigliava, fino a quando non restò solo con la sua Giuditta, con la quale si ritirò in una grotta silvana".
L'Accattatis aggiunge che il ribelle fu trovato morto assieme alla moglie Giuditta in una grotta ed il suo corpo fu portato trionfalmente a Cosenza e deposto nel cimitero di S. Caterina, "ove se ne vede lo scheletro con un cerchio di ferro sul teschio, e uno scritto sul petto col motto: Marco re dei Monti". La versione del Borretti è che il cadavere del ribelle, "rivestito di grotteschi paludamenti e con una corona di cartone in testa, fu condotto su di un asino in lugubre inefficace spettacolo per le strade di Cosenza, e deposto quindi, con un cartiglio sul petto ed un cerchio di ferro in testa, nel sepolcreto dell'arciconfraternita di S. Caterina dentro la chiesa di S. Francesco d'Assisi". Il Misasi afferma che nella chiesa del convento di S. Francesco d'Assisi, nel soccorpo della cappella della Immacolata, sotto il coro dei frati, si conserva lo scheletro di Marco Berardi il cui cadavere trovato dagli Spagnoli in una grotta fu ornato a scherno di una corona e di uno scettro.


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