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Le Viruoniche. Scrivere oggi dell’elaborazione del lutto ad Aprigliano è come scrivere della stessa materia in qualsiasi altro luogo del mondo. O quasi.

Quando moriva un uomo, mentre la vedova si strappava i capelli, le parenti la aiutavano a straziarsi il viso ed il corpo picchiandola anch'esse quasi per aiutarla nella espressione del suo dolore. La scena assumeva toni più intensi quando il cadavere usciva di casa. È questa la tradizione delle “viruoniche”: le donne che accompagnavano le spoglie del defunto con lamenti e grida.

Le “viruoniche” trovano la loro origine nelle antiche preficae dei Romani. Si trattava di donne esperte nell’arte del pianto, amiche di famiglia o prezzolate, le quali intonavano fra il pianto e i gemiti le lodi dell’estinto (dal lat. Neniae). Il loro accompagnamento – se così si può definire – andava dalla casa del defunto fino alla chiesa.
Il lutto soleva durare molti anni secondo il grado di parentela. Il primo anno era strettissimo: la famiglia del defunto, vestita a nero, doveva astenersi dal comparire in pubblico in occasione di feste, e non poteva assistere nemmeno alle funzioni religiose di carattere solenne.
In occasione del lutto si usa ancora collocare alla finestra una candela e dell’acqua, dal momento che è ancora viva la credenza che lo spirito del defunto si presenti a mezzanotte per dissetarsi.
Come presso gli antichi Greci, anche gli apriglianesi danno una grande importanza agli onori funebri e hanno grande orrore della loro mancanza considerando che questo possa impedire la pace nel regno dei morti. Per favorire l'ultimo viaggio e sconfiggere gli spiriti maligni che erano nell'aria, gli antichi usavano percuotere con forza su dei vasi di rame. Ovidio ricorda come per compiere il rituale si dovessero percuotere l'uno contro l'altro dei bacili fabbricati a Temesa, l'antica città mineraria calabrese. Col Cristianesimo la tradizione originaria è stata sostituita dal suono delle campane che più è intenso e prolungato, più è utile al defunto. Ad Atene si usava tenere dei banchetti funebri il terzo, il nono e il trentesimo giorno dalla morte, reputando che i giorni multipli di tre potessero essere dei momenti di crisi e lo spettro potesse ritornare nella casa che aveva lasciato; il consumo di cibo rituale allontanava i pericoli di contaminazione con il regno delle ombre e assicurava ai vivi la protezione del defunto che diveniva un antenato benefico per la famiglia. La stessa consuetudine è viva ad Aprigliano, ma i banchetti rituali sono stati sostituiti dalle funzioni religiose e dalla partecipazione all'Eucaristia.


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