Ha origine nella Roma della metà del XVI secolo la ricca stagione di indagini storico-geografiche sulla Calabria che ha il suo esito più significativo nel De antiquitate et situ Calabriae di Gabriele Barrio di Francica.
Nei cinque libri dell'opera, destinata a «gente seria e di cultura» e perciò scritta in latino, l'autore si propone di correggere e integrare gli errori sulla sua terra presenti negli storici e nei geografi, raccogliendo nel contempo le lodi di quella che, «senza offesa, è la più nobile di tutte le regioni d'Italia». Terra che gode di una perenne e felice primavera; ricca di prodotti straordinari e di non meno straordinari uomini illustri.
Barrio fornisce una descrizione dettagliata del territorio, percorso da nord a sud (Tirreno) e poi da sud a nord (Ionio), dalle coste verso l'interno, con uno sguardo che va continuamente dal presente delle località esistenti, dei loro prodotti e dei loro costumi, al passato di città e cittadelle che un tempo furono famose e di cui ormai non si è sicuri né sul nome né sul sito; prima di tornare da quel passato illustre a un presente di crisi e decadenza, dominato da tiranni «che la saccheggiano e la scorticano», nutrendosi del lavoro altrui per l'inestinguibile sete di guadagno. Si capisce da questi cenni l'interesse di un'opera che fu davvero laboratorio di una certa idea di Calabria, da essa passata non solo ad altre opere che espressamente da Barrio presero le mosse (quelle di Marafioti, Fiore, Martire...), ma anche a scritti di ben diverso genere. Per tutti la prefazione alla Philosophia sensibus demonstrata, in cui il grande filosofo Tommaso Campanella assume da Barrio l'idea di una Calabria che «per eccellenza ed antichità si distingue sopra tutte quasi le regioni». E così via, fino a molti storici, letterati, archeologi, antropologi dei nostri giorni, i quali da punti di vista diversi si sono posti la questione di un'identità regionale calabrese, che se proprio non nasce col De antiquitate di sicuro trova in essa la più compiuta codificazione. Anche in questo caso un solo nome: quello di Augusto Placanica, lo studioso a cui maggiormente si deve l'approfondimento dell'«idea di Calabria»: per lui Barrio è «un unicum», in grado come nessuno dei suoi contemporanei di unire «erudizione e conoscenza attuale, perfezione di stile, e vigorosa protesta per i mali del suo tempo». E ci sono poi i viaggiatori del Settecento, che portavano con sé il libro di Barrio, oppure, oggi, i tanti siti internet dei Comuni calabresi che ne traggono attestati e glorie municipali. Eppure, questo libro così prezioso non ha mai avuto le cure di cui necessita: mai un'edizione, un commento, uno studio sistematico; una sola traduzione e per di più molto discutibile (di E. A. Mancuso, Cosenza 1979). A tali vuoti intende sopperire il progetto presentato a Vibo Valentia, nel corso di un incontro-dibattito sul tema La Calabria nella modernità. Storia, cultura e società in Calabria tra Umanesimo e primo Ottocento, in occasione della presentazione del volume «Virtù ascosta e negletta». La Calabria nella modernità, a cura di G. Ernst e R. Calcaterrra (Milano, Franco Angeli, 2011). Il progetto, concepito e coordinato dal professor Benedetto Clausi, dell'Università della Calabria, e sostenuto dal Polo Bibliotecario Vibonese, diretto dal dottor Gilberto Floriani, muove dalla consapevolezza della necessità di un lavoro sinergico che metta insieme competenze specialistiche diversificate, in grado di procedere, per un verso, a un'indagine meno occasionale di archivi e biblioteche, finalizzata alla costruzione di un credibile profilo biografico e intellettuale di Barrio; per un altro, a un esame, dall'interno, dei tanti aspetti del De antiquitate (storico, topografico, letterario, antropologico, filosofico, agiografico, ecc.). In questa direzione si muoveranno studiosi di vari atenei italiani, in primis dell'Università della Calabria, al fine di realizzare: a) una revisione testuale e una nuova traduzione dell'opera; b) un'indagine sulla biografia dell'autore; c) un esame delle caratteristiche essenziali e dei contenuti più rilevanti del De antiquitate, messi in relazione ad altre opere "regionali" dello stesso periodo. Il progetto è sicuramente ambizioso e richiederà un grosso impegno sui vari aspetti dell'opera e del suo autore. Il testo, in primo luogo: il solo rivisto integralmente da Barrio è quello pubblicato a Roma nel 1571, del quale l'autore stesso avviò subito un capillare lavoro di revisione, mai completato a causa della morte, ma di cui resta traccia in un codice vaticano (il Vat. Lat. 10908). Di questa copia di avvalse circa duecento anni dopo Tommaso Aceti, cosentino di nascita ma trapiantato a Roma, che riprodusse il testo del 1571, integrandovi però le aggiunte e le correzioni di Barrio (non tutte, in verità). Aggiunse inoltre suoi Prolegomena, Additiones & Notae e le postille all'edizione del 1571 di un altro erudito cosentino-apriglianese-romano, Sertorio Quattromani (1541c.-1607), conservate alla Biblioteca Angelica di Roma. È il testo approntato da Aceti, con le sue varie stratificazioni, che Erasmo Mancuso tradusse in italiano e che i più conoscono.
fonte: Francesco Kostner (La Gazzetta del Sud)
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