Il nome Sila è in rapporto col greco ule e con il latino “silva”. In altri termini, ha origine dalla magnifica selva che i Romani chiamarono “Silva Brùttia”. Il nome in antico comprendeva anche l’altipiano delle Serre e l’Aspromonte. (Strabone dice, infatti, la Sila lunga 700 stadi, circa 130 km.). Tutti ne parlano fin dai tempi della Magna Grecia: Teocrito scrisse una delle egloche alle sue pendici, i Romani ne sfruttarono la pece e costruirono la loro flotta con il suo legname, Virgilio la ricorda in un suo famoso verso: "pascitur in Magna Sila formosa jovenca".
Al tempo della repubblica di Roma era possedimento dei Bruzi che l'avevano tolta ai colonizzatori venuti dalla Grecia e vi esercitavano una sovranità di nome, essendosi installati ai suoi margini ove svolgevano attività di pastorizia, di raccolta della pece e di sfruttamento dei boschi senza mai avventurarsi nel suo interno. Cicerone, parlando degli oratori antichi, conferma che la Sila era di proprietà del popolo bruzio e che questo popolo, dopo che i Romani occuparono tutte le regioni italiche, pagava alla repubblica il vettigale (vectigal) della pace, anche se, spesso in occasione della riscossione del tributo, avvenivano liti e stragi tra gli esattori della gabella e gli abitanti delle giogaie silane. Tutti gli altri storici che ci hanno lasciato testimonianze sulla Sila hanno messo in evidenza la magnificenza e l’impenetrabilità dei suoi boschi, l’opulenza dei pascoli, il carattere fiero dei suoi abitanti. Comunque, i Bruzi tentarono di liberarsi dal giogo romano e si allearono ad Annibale. I Romani, per tenere costantemente a freno il loro spirito d’indipendenza, ma anche per sfruttare la ricchezza boschiva del territorio silano, vi distaccarono un nutrito presidio militare che si protrasse anche nell’età imperiale. A riprova di ciò, basterebbe por mente ai toponimi delle varie località silane. Oltre alla già ricordata etimologia latina del toponimo “Sila” ritroviamo altre denominazioni latine che caratterizzano località come "Silvana Mansio", che è la volgarizzazione dell’espressione latina "manere in silva"(=restare nel bosco); e che dire, poi, della frazione silana prospiciente il lago Arvo che ha nome "Lorìca"? In effetti, l’occupazione militare romana di cui sopra si stanziò, per oltre due secoli, in una fascia montana che da Lorìca scende giù, fino alle porte di Cosenza, in quella località oggi più nota come Aprigliano, così denominata, forse, dal nome di un console chiamato Aprilianus. Per verità, la lòrica era l’armatura del legionario romana, fatta di strisce di cuoio rivestite di lamine che coprivano il busto del soldato dalle ascelle all’addome, che ci piace immaginare fosse appesa ad una pertica, nei pressi dell’attuale lago Arvo, ad indicare la zona militare romana il cui accesso era vietato severamente; ma alla fantasiosa leggenda di quest’insegna corrispondono elementi di verità storica se è vero che l’attuale comune di Aprigliano è costituito da una serie di frazioni, alcune delle quali, nella denominazione toponomastica, come abbiamo ribadito nella sezione cenni storici, tradiscono un'origine latina. Nel periodo bizantino, Cassiodoro, il segretario calabrese di Teodorico, affermava che tutto l'impero d'Oriente non possedeva un bosco eguale a quello della Sila.
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