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Aprigliano tra il XIII e il XVIII secolo

Nel XIII secolo (1231 ca.), Aprigliano (quantomeno parte del suo territorio) entra a far parte del patrimonio ecclesiastico dell'Abbazia di S. Eufemia. Infatti, l’imperatore Federico II di Svevia, per necessità strategico difensive, concesse ai monaci dell'Abbazia di S. Eufemia, alcune terre già facenti parte del territorio del Casale di Aprigliano “cum amibus militibus…”, “franchiis et villanis, in eis morantibus, cum amnibus pertinanetiis, appendiciis et juribus suis…”, in cambio del castello di Nicastro. Già nel 1300 il paese si componeva di tanti piccoli casali: S. Nicola delle vigne o Vecio, Vico, Agosto, Petrone, Corte, Guarno, Pedalina, Pera, S. Stefano, Casignano e Grupa. Aprigliano segue la storia della Calabria e - alla stessa stregua - conosce varie dominazioni, da quella sveva a quella aragonese per non tacere di quella angioina. Nel 1302, a seguito della pace di Caltabellotta, la Calabria è assoggettata alla sovranità degli Angiò. Ed è proprio in questo periodo che prendono corpo le prime esperienze di autonomia locale, con la nascita delle Universitas civium (antica denominazione del Comune medievale), che porteranno Aprigliano e gli altri Casali ad un più intenso rapporto con la città di Cosenza. Il capoluogo, grazie ai numerosi privilegi concessi dagli Angioini in quanto città demaniale, mantenne un ruolo centrale nell’assetto politico e strategico del Mezzogiorno. E proprio il fatto di essere libera da condizionamenti feudali favorì l’affermarsi, ai primi del ‘400, dell’Università di Cosenza e Casali. Si trattava del più poderoso complesso amministrativo locale che si trovasse in Calabria e uno dei più forti del Mezzogiorno. Il de Chiara afferma che questo territorio fu concesso in feudo nel 1492 da Ferdinando di Aragona a Giovan Francesco de Chiara. Nel 1627 si possedea, invece, da Giulio Staibano. Il terremoto del 1638 lo colpì gravemente inasprendo ulteriormente la stretta della crisi seicentesca: se nel 1595 vi risiedevano 764 fuochi (o nuclei familiari), al 1644 questi si erano ridotti a 345. Nel 1639 il Viceré di Napoli, duca di Medina Torres, per i bisogni di Filippo IV, Re di Napoli e di Spagna (a seguito delle continue guerre da costui sostenute contro i Mori, i Francesi e gli Olandesi), aveva esposto alla vendita le Città di Cosenza e suoi Casali. Nel 1644 Aprigliano, insieme a molti altri Casali di Cosenza, fu alienato  e sottoposto ad infeudazione per un breve periodo, dal 1644 al 1647, entrando nel dominio del Granduca di Toscana.
Nel 1645 i Casali fecero richiesta al re Filippo IV di essere affrancati e di rendere nulla la vendita. Tuttavia per decreto del Supremo Consiglio d’Italia, datato ventuno di Febbraio del 1645, detta vendita fu confermata. Aprigliano, unitamente agli altri Casali sotto lo stesso governo, fu riscattato dalla rivolta di Celico del 23 maggio 1647 che precorse i moti insurrezionali di quell’anno nel Vicereame di Napoli (rivolta di Masaniello – 7 luglio 1647). Quella che fu una breve parentesi di governo toscano non fu certo rimpianta. Del resto, già nell’aprile del 1647 gli apriglianesi avevano denunciato la condizione di corruttibilità della Corte Feudale di Giustizia. La reazione dei Borboni ai moti insurrezionali nel Viceregno fu violenta. Da Aprigliano partì la repressione per condurre i casali al vecchio regime. La crisi seicentesca non impedì una certa effervescenza culturale riscontrabile sia in singole personalità come Pirro Schettini sia in un collettivo intellettuale come quello dei “Gapulieri” (beffeggiatori): sodalizio letterario-intellettuale formato da quattro poeti: Domenico Piro, Ignazio Donato e Giuseppe Donato e Carlo Cosentini. Tale laboratorio intellettuale è conosciuto anche come il “Focolaio apriglianese”. Aprigliano acquistò quasi un monopolio nella poetica dialettale calabrese del tempo. All’infuori del gruppo apriglianese e fino all’ottocento, nella Calabria cosentina non si rilevano figure di spicco.  Si ebbero, al massimo, autori di traduzioni in dialetto. Data al 1753 la compilazione del Catasto Onciario. Ancora, nel 1783 Aprigliano è annoverato nei Cantoni del distretto di Cosenza ed è composto da undici villaggi : “... Agosto, Casignano, Curte, Grupa, Guarano, Pedalina, Petrone, Pire, San Nicola, Santo Stefano, Vecio...” (N. Leoni - Tre Calabrie, Vol. 2°) Sotto l'influsso delle idee rivoluzionarie d'oltralpe, il sec. XVIII si era chiuso con un generale desiderio di cambiamento delle condizioni di vita e dello stato sociale. L'insofferenza e la spinta rivoluzionaria dei ceti poveri e contadini più che da motivazioni politiche o ideologiche erano provocate soprattutto dal bisogno di uscire da quella situazione umiliante e disumana, in cui per secoli erano stati costretti a soggiacere. Indubbiamente a questo si andavano ad aggiungere le esigenze della nuova borghesia ( i "galantuomini"), che mirava al governo diretto della cosa pubblica. In questo clima le idee repubblicane trovarono, pertanto, terreno fertile, per cui nel giro di qualche mese i focolai della rivolta si moltiplicarono a macchia d'olio. In ogni dove, ai primi del 1799, le masse popolari e le classi emergenti proclamarono il governo repubblicano ed eressero nelle piazze gli alberi della libertà come segno dell'avvenuto riscatto sociale e del mutamento di regime. Nel corso della guerra civile che conseguì alla proclamazione della Repubblica Napoletana (1799), Aprigliano fu uno degli epicentri della reazione Sanfedista. Il Cardinale Fabrizio Ruffo, nominato Commissario e Vicario Generale del Re Ferdinando IV e partito da Palermo il 27 gennaio 1799, con l'esercito dei "Realisti", o sanfedisti, aveva iniziato la trionfale riconquista del Regno al Borbone, favorito anche dalla delusione amara dei ceti popolari, che si erano sentiti traditi dai nuovi governi repubblicani, per nulla interessati ai loro problemi esistenziali. In pochi mesi il Ruffo conquistò ad una ad una tutte le province del Regno, ripristinando il governo borbonico.


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