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Aprigliano terra di briganti

A seguito del Congresso di Vienna e della Restaurazione, la Calabria, Cosenza e Aprigliano ritornano sotto il dominio borbonico: Ferdinando IV, il vecchio re, riassume il titolo di Ferdinando I di Borbone. Con un decreto del 9 settembre 1820 vi veniva istituita una brigata a piedi del corpo di Gendarmeria Reale. Nel corso dell’Ottocento, Aprigliano diviene sede di Giustiziato Circondariale e quindi di Pretura. Diversamente, sempre nello stesso periodo, il territorio comunale subisce diverse modificazioni che ne riducono sensibilmente l’estensione. Nel 1833 Figline fu distaccato dal Circondario di Aprigliano ed eretto in Comune autonomo. Nel 1857 il Comune di Donnici venne soppresso. Conseguenza del predetto provvedimento amministrativo fu il passaggio di Donnici dalla Amministrazione di Aprigliano alla Municipalità di Cosenza alla quale fu aggregato qualità di semplice frazione. Nel 1861 il Comune assume, ufficialmente, l’attuale denominazione di Aprigliano. Fino a quella data era conosciuto come Aprigliano Vico. La storia di Aprigliano è legata, dopo tale data,  al meridione d’Italia sotto i Piemontesi. Come la gran parte dei paesi della Presila, Aprigliano fu terra in cui si organizzò una delle prime Vendite Carbonare (la Carboneria, che riusciva ad entusiasmare i giovani calabresi con le sue idee di patriottismo), e fu, pure, terra di briganti. Terra difficile da penetrare per la fitta vegetazione, Aprigliano, già tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 fu nascondiglio preferito di molti briganti. Due le bande che, a quell’epoca, erano celebri per le loro scorrerie nel territorio della Presila: quella dei Mancuso e quella dei Berardi. Il brigantaggio presentò in queste zone particolari caratteri di violenza e di incoercibilità. Ancora, nel 1806 ad Aprigliano, così come a Cosenza e nei villaggi vicini, vi furono sommovimenti popolari uniti a scorrerie di briganti. La presenza in zona di sostenitori dei Borbone uniti alla propaganda dei preti e di emissari anglo borbonici antifrancese (che presentava - riproponendo un leit motiv abbastanza in auge ai tempi della rivoluzione sanfedista - il potere costituito ancora una volta come una dominazione straniera per di più nemica del trono legittimo e dell’altare, militare, rivoluzionaria e in molti casi spietata) aveva spiegato i suoi effetti. Le difficoltà nel combattere il fenomeno (Brigans, questo era l’appellativo dato dai francesi agli oppositori), malgrado gli espedienti più diversi adottati dal governo, le misure repressive più dure suggerite dagli intendenti e dai commissari governativi e praticate dalle commissioni militari per ricondurre le popolazioni del Manco di Cosenza entro il “buon ordine” autorizzano forse a pensare che quella forma antica ed endemica d’insubordinazione dei ceti contadini poveri, che si estese e si aggravò durante il decennio, avesse radici profonde, non solo nell’insofferenza del prelievo fiscale (la « gravezza delle imposizioni » soprattutto quella del testatico, dal quale le popolazioni speravano di essere alleviate dal nuovo governo e la delusione conseguente) necessario al mantenimento dell’esercito di occupazione o della coscrizione obbligatoria. Su questa base s'erano aggiunti poi altri motivi di ribellione: la mancata redistribuzione delle terre, la promessa non mantenuta di costruzione di nuove strade, che si credeva di esecuzione assai più sollecita di quanto non fosse in realtà, tutte concause che si erano aggiunte alle ragioni della rivolta. Se le misure repressive potevano portare la calma per qualche tempo, tuttavia si trattava pur sempre di espedienti provvisori, alquanto riprovevoli quanto le imprese dei briganti. Erano rimedi che non erano in grado di curare il male alla radice. Nell’ottobre 1806, Aprigliano venne attaccato da una banda di Sangiovannesi e di Pedacesi guidati, rispettivamente, dai briganti Realisti Biafora e Lorenzo Martire. L’intento dei briganti era quello di costituire una testa di ponte Realista ad Aprigliano (all’epoca una roccaforte dei francesi, definita da questi ultimi, per la sua lealtà, Tres Bonne), primo passo per una operazione, di ben più ampio respiro, rivolta all’accerchiamento e, conseguentemente, all’annientamento delle truppe francesi di stanza a Cosenza. La storiografia ufficiale (Valente) ripete che i briganti furono respinti dai patrioti francesi comandati dal Capitano Michele Vigna. Ma abbiamo appurato, con fonti dirette alla mano, che le cose non andarono esattamente così. È certamente vero che l’attacco si risolse in vero e proprio smacco per gli aggressori. Si combatté porta per porta e alla fine la strenua resistenza, organizzata da Guglielmo Calvelli, Vincenzo e Antonio Piro, Pietro Antonio Gallucci assieme a molti altri volontari, ebbe la meglio sugli assalitori. Ad onor del vero, è da dire che una favorevole congiuntura atmosferica diede una grossa mano ai valorosi difensori di Aprigliano. Durante l’attacco si scatenò un vero e proprio fortunale e ciò fece sì che i briganti venissero respinti, oltre che dal valore e dalle fucilate dei difensori, anche dalla furia degli elementi (del resto, i volontari al riparo nelle case e sui campanili poterono far uso delle loro armi a pietra focaia senza problemi). Nel periodo post unitario impazzarono le bande De Fazio, Le Piane, Tallarico, Piro fino alla cosiddetta “banda degli apriglianesi” di cui era capo Luigi De Falco. Il brigantaggio, da movimento antipiemontese quale era divenuto, si trascinò nel secolo successivo divenendo un mero fenomeno delinquenziale molto temuto dalla popolazione locale.


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