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Altre figure storiche

CARLO COSENTINI

Nacque nel 1671 e morì nel 1758.
È uno dei poeti calabresi più significativi nell'ambito del mondo letterario italiano del '700.
Della sua attività letteraria ci rimane solo La Gerusalemme liberata, "poema del signor Torquato Tasso, trasportata in lingua calabrese da Carlo Cosentini d'Aprigliano, Casale di Cosenza, e dedicata all'Eccellentissimo D. Francesco Maria Carafa, Principe di Belvedere ... Cosenza, MDCCXXXVII”. È opera di pregevole originalità lirica, che procura al suo autore una fama che giunge fino a Londra e Parigi. Nella capitale inglese il nostro poeta viene fatto conoscere dallo scrittore e critico letterario ottocentesco Craufurd Tait Ramage, che nel suo libro “Viaggio nel Regno delle Due Sicilie” considera la “Gerusalemme Liberata” del Cosentini un’opera di grande pregio artistico e ne cita la seconda ottava del primo canto, concernente l’invocazione alla Musa, come modello lirico e colloca quindi il nostro autore tra i poeti calabresi più significativi nell’ambito del mondo letterario italiano del ‘700.
Nella capitale francese la fama del Cosentini è portata da Francesco Saverio Salfi, “scampato a Napoli alle stragi del 1799, che poi, trovandosi a Parigi, vi divenne critico di alta fama”, secondo Mario Sansone, autore di una pregevolissima storia della letteratura italiana..
A giudizio degli studiosi si reputa la più bella traduzione che vantino in questo genere tutti i dialetti della lingua italiana. Malgrado le barbarie della lingua, il Cosentini ha saputo rinvenire e creare spesso forme originali e caratteristiche per esprimere lo spirito di quel divino Poema.
Il Cosentini (indicato anche come Cosentino e Cusentinu) è autore anche della commedia "Colambrosio" non pervenutaci, oltre a e di numerose poesie in vernacolo.


FRANCESCO ANTONIO PIRO

Nato nella frazione Pera nel 1702, entrò a far parte dell'ordine dei Minimi di san Francesco di Paola. All'età di 16 anni, nel 1718, il giovane Francesco Antonio decise di seguire la vocazione sacerdotale secondo la regola dei Minimi. Fece i suoi studi a Napoli nel Real Convento S. Luigi, e fu qui che insegnò, condusse le sue battaglie filosofiche e conseguì i suoi titoli fino a raggiungere quello di Reggente degli studi del Collegio di Napoli.
È un filosofo metafisico molto noto in Italia e in Francia nel secolo XVIII. Già in un opera giovanile, “Le riflessioni intorno alle origini delle passioni” (1740), dimostrava di aver letto alcuni tra i maggiori autori della cultura filosofica europea del tempo (Hobbes, Cartesio, Spinosa, Leibniz). Nel suo scritto principale, “Dell'origine del Male contro Bayle o nuovo sistema antimanicheo” (Napoli 1749), Piro critica duramente sia per l’appunto Bayle, sia Voltaire. Eppure, per il solo fatto di avere trattato questi filosofi, si attirò numerosissime critiche da parte cattolica. Considerato un autore modesto da molti e criticato da Antonio Genovesi (suo contemporaneo e capofila dell’illuminismo meridionale), gli scritti del Piro, dimostrano, quantomeno, come pur essendo la Calabria une regione periferica, vi giungessero e circolassero le idee più avanzate della cultura europea. I suoi ultimi anni li trascorse come Cronista dell'Ordine, nel collegio di San Francesco di Paola ai Monti a Roma dove cessa di vivere nel 1778.


FRATELLI DONATO

Vissero tra il XVII e il XVIII secolo. Fratelli, entrambi sacerdoti, si dedicarono alla poesia in vernacolo. Zii per parte materna del già ricordato Domenico Piro alias Donnu Pantu, i due Donato, assieme al nipote e a Carlo Cosentino, costituirono il gruppo denominato “i Gapulieri” (beffeggiatori). Secondo alcuni furono i fratelli Donato i veri autori de “La ‘mbriga degli studenti”. Le opere di questi poeti furono molto conosciute tra il sei e il settecento, anche a livello popolare grazie all’uso che facevano della lingua dialettale. Tra le pieghe delle loro poesie, sconce e canzonatorie, si rintraccia un gusto riconducibile a correnti filosofiche assai spregiudicate per l’epoca, quali il libertinaggio erudito e il sensismo.
Di Ignazio Donato riportiamo la seguente poesia:

APRIGLIANO           

Questi bei lochi d’Apriglian ridenti,
che fur pria di virtù teatro adorno;
or che ridotti a dar stanza e soggiorno
a fieri lupi ed orridi serpenti.

Le sue glorie, e i suoi fasti alti, eminenti,
che a gran città diedero invidia e scorno
or più non sono, e sol ne vola intorno
fama con ali torpide e languenti.

Pur, se il consente il Ciel, per voi si spera,
o chiari spirti, in cui fid’io cotanto,
che un dì ritorni alla maestà primiera;

e che ottenga per voi sublime vanto,
e nobil grido, e fama eterna e vera
più di Smirne d’Atene, e d’Argo, e Manto.


G. BATTISTA RUGGERO

Monaco cistercense e discepolo di Gioacchino da Fiore. Il nome di Gioacchino da Fiore reca, in tutto il mondo, splendida fama alla Calabria. La sua vita fu delucidata dalle fonti agiografiche di Ruggero di Aprigliano fraterno amico dell’Abate calabrese. Una Vita di Gioacchino, fu pubblicata   da   Herbert Grundmann, da Cipriano Baraut, da Marjorie Reeves. Il testo manoscritto (chirografo) fu da loro attribuito ad un autore anonimo, mentre fu scritto dalla penna di Rug­gero di Aprigliano, prima diacono della Chiesa di Santa Severina (Siberenate) e poi monaco florense. Un ristretto del chirografo stava "in potere del medico Ruffo di Cosenza", ed era una copia del manoscritto custodito nell’armadio della Biblioteca florense. Bisogna distinguere il chirografo dall'adespoto. Affermò Angelo Zavarrone: "Ruggero di Aprigliano fu alunno dell'abate Gioacchino di cui scrisse la "Vita", che si trova manoscritta, come nota Manriquez Tom. IV, Annal. Cistercien.".
La Vita di Gioacchino da Fiore, narrata da Ruggero di Aprigliano, non è sparsa di notizie fantastiche, né di leggende. Essa celebra la perfezione dell'ordine spirituale, mettendo in luce, a un tempo, due venerande figure, rivestite di carisma: quella dell’Abate Gioacchino da Fiore, fondatore della religio nova, regolata dai principi della "contemplazione e della pace"; quella di Raniero da Ponza, eremita e legato pontificio, il quale svolse delicate missioni diplomatiche in Spagna e in Francia, predicò contro gli eretici (homines pestilentes), chiese sovvenzioni per la crociata, salvò il suo ordine cistercense entrato in aspro conflitto con il papa Innocenzo III. Due personaggi complementari, con la stessa inclinazione a servire il Signore e la Chiesa e con il compito di vita contemplati­va, l'uno, e di vita attiva, l'altro.


LUIGI GALLICCI

Nacque nel 1787 e morì nel 1815. Medico chirurgo e poeta dialettale vissuto tra sette e ottocento. Tradusse in dialetto apriglianese il trentatreesimo canto della Divina Commedia. Pubblicò, anche, la raccolta “Poesie Calabre”. Scrisse in dialetto “La lejenna storica” e “Lu capurale”. Ebbe un’accesa disputa culturale con il poeta di Rogliano Vincenzo Gallo, detto “u chitarraru”. L’ Accattatis disse di lui: “…più che poeta cesareo, numine afflatur, può bastare quello mobilissimo di aver salvato dall’oblio il nome e le produzioni dei vati dialettali apriglianesi che sono i veri, più antichi e originali poeti…”.


FRANCESCO MUTI

Filosofo, vissuto nel secolo XVI, è uno dei seguaci più importanti di Bernardino Telesio. Fu tenuto in considerazione dal filosofo Tommaso Campanella. L'opera dalla quale il filosofo apriglianese riceve lustro, nell'ambito culturale italiano di quel secolo, è intitolata Disceptationum libri V contra calumnias Theodori Angelutii in maximum philosophum Franciscum Patritium, in quibus pene universa Aristotelis philosophia in examen adducitur (Venezia 1588), con dedica al Telesio.


PIRRO SCHETTINI

Figlio di Flavio e di Caterina Petrone nacque il 18 dicembre 1630 nella frazione Petrone e morì a Cosenza nel 1678. Un documento di battesimo, scoperto ultimamente nell'archivio di stato di Napoli, datato appunto dicembre 1630 conferma la nascita dello Schettini nella predetta frazione. E ciò chiude definitivamente la querelle, che voleva la nascita di Pirro Schettini ad Altilia.
Il padre, avvocato, dopo la prima formazione a Cosenza, gli fa studiare giurisprudenza a Napoli. Lì fu introdotto nell’Accademia degli Oziosi. Nella città partenopea ebbe modo di frequentare l’elite intellettuale del tempo: il giurista Francesco D’Andrea e il medico Leonardo Di Capua, oltre ai suoi conterranei Tommaso Cornelio e Marco Aurelio Severino. Insieme a Carlo Buragna determina una svolta nella letteratura italiana nel secondo 600. Inizia la sua attività lirica come marinista (da Giovan Battista Marino, autore dell’Adone ed emblema della poesia del Barocco) per fare, successivamente, professione di antimarinismo diventando esponente di quella rinascita classico-petrarchista che prelude all'Arcadia.
Tornato subito dopo la laurea a vivere tra Cosenza ed Aprigliano, in seguito all'improvvisa morte del padre, lo Schettini diventa un poeta e un uomo di cultura sempre più rinomato in Italia e viene nominato principe dell'Accademia Cosentina (allora detta “dei Costanti”), che riporta all'alto prestigio dei tempi del Telesio.
In seguito ad una crisi esistenziale diventa sacerdote e distrugge la sua produzione lirica, compresa la tragedia “Carlo Stuart” e il poema latino “Crateide” che così recitava nei pochi versi tramandati: “Crati gentil, tu torbide e sonanti/ porti le tue fresche onde in seno al mare…”.
Dopo la sua morte l'editore Bulifon pubblica a Napoli, nel 1693, le "Poesie" del grande apriglianese, avendone fortunatamente ritrovato un manoscritto; altre due edizioni in quella città escono nel 1708 e nel 1716. Successivamente se ne fece una elegante ristampa col titolo “Opera plerumque poetica latica ac italica, quae extant etc.”, Napoli 1779 con premessa la vita dell’autore; a Cosenza se ne ha una nel 1826.


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